Ad Amburgo, la città più libera del mondo, la città dove regna ogni
genere di perversione sessuale, esisteva - e forse esiste ancora oggi -
una casa diretta da una certa Frau Doctor Glutlieb, donna temutissima,
ed il cui nome veniva sommessamente mormorato dagli amatori del suo
genere, e comunque donna davvero poco incline alla pietà. Alla Maison
des Amazones, così era chiamata la casa, s'incontravano donne bellissime,
a volte lesbiche e a volte no, ma sempre unite da una forte passione per
il sadismo. Esse sapevano bene che qualsiasi gusto avessero voluto
soddisfare, alla Maison ne avrebbero avuta la possibilità: raffinate
torture su schiavi inermi, docili cerbiatte da irretire, ragazzini di
primo pelo da sverginare. Non mancava mai alcunché, alla Casa delle
Amazzoni! E lo stock degli schiavi era sempre di primissima qualità!
D'altra parte, anche le così dette "vittime" venivano alla Maison di
loro spontanea volontà. Partecipavano volontariamente, insomma, proprio
perché erano dei masochisti e provavano piacere a subire le più
struggenti umiliazioni e le più atroci torture. Prendiamo, ad esempio,
il caso di Karl P., figlio di un alto funzionario della giustizia:
masochista e feticista fervente, noi lo incontrammo (s'intende, con la
fantasia) in un tipico pomeriggio tedesco, mentre stava per essere
presentato da Frau Gutlieb alla Principessa Von W., una stupenda donna
dal sangue sempre in ebollizione. (Ovviamente, Karl ignorava che Barbara
Von W. era in realtà americana, e che discendeva non da un barone bensì
da un droghiere). Comunque, titoli nobiliari a parte, ora Barbara fumava
languidamente e seguiva distratta il materiale umano che la Direttrice
le stava presentando...

- Io prenderei questo qui, Frau Doctor. Potreste farlo condurre nel
sotterraneo. Toglietegli la catena, però. Non mi pare elegante!
- Oh, Principessa! Mi permetta di sconsigliarle una tale imprudenza.
Certo egli é ben addestrato, ma lei m'insegna che un colpo di follia può
cogliere chiunque, anche lo schiavo più docile!
- Fate ciò che dico, Frau Gutlieb! Io attacco gli schiavi alla catena
solo quando é indispensabile obbligarli ad una certa posizione.
Altrimenti, preferisco averli liberi sotto la mia frusta. Voi ora gli
toglierete quella ridicola museruola. Mi piace parlare loro e mi piace
udirli mentre mi supplicano. Oltre, naturalmente, alla gioia di sentirli
urlare!
- Ai vostri ordini, Principessa.
- Ah, ancora una cosa! Sessualmente, io desidero che siano nel pieno
delle loro forze. Ecco dunque a voi due ampolle ed una siringa. E' un
potente afrodisiaco di mia invenzione. I miei costumi sono di là?
- Sì, Principessa. La cameriera ve li ha preparati nel salottino
apposito. Avrò io il piacere e l'onore di aiutarvi mentre voi vi
cambiate?
- No, Frau Doctor. Preferisco fare da sola. Conducete invece lo schiavo
dove ben sapete. Io scenderò non appena sarò pronta!
Dopodiché, la Principessa accese un'altra sigaretta e lasciò lo studio.
E a Karl P. non restò altro da fare se non rabbrividire e raccomandarsi,
ammesso che ce ne fosse uno, al Santo protettore dei masochisti.
Non molto più tardi, Barbara faceva il suo maestoso ingresso nella
"camera del dolore!" Subito notò che Frau Gutlieb non s'era fidata a
lasciare lo schiavo completamente in libertà. Infatti, l'uomo era sì
libero dalla catena, ma imprigionato in una grossa gabbia. Ella ne
poteva osservare l'aria avvilita, i nervi tesi nello sforzo, le mani
avvinte alle sbarre e la verga in erezione! Ne poteva osservare la
sofferenza e ne gustava ogni dettaglio, compreso il contrasto tra la
nudità dell'uomo ed il suo severo abbigliamento. Ancora, però, non s'era
cambiata.

- Come siete bella! - Esclamò istintivamente il povero prigioniero.
- Cane! Come osi manifestare il tuo desiderio senza il mio permesso! Non
ti scordare che sei qui per soffrire. Oppure, se preferisci, per
servirmi sino a quando ne proverò un poco di piacere!
E così dicendo, vibrò con un frustino da cavallerizza un colpo in
direzione dell'uomo. Questi, voltandosi istintivamente, venne raggiunto
sulle spalle.
- Ora ti aprirò la gabbia, - disse Barbara, - e ti condurrò con me nella
sala delle torture. Ricordati che esigo obbedienza immediata, e che al
minimo tentativo di ribellione te ne farò pentire amaramente! -
La donna fece scorrere il verricello che chiudeva la gabbia. Subito, lo
schiavo le si gettò ai piedi. Ma ella lo respinse con un calcio.
- E' solamente quando lo ordino, che permetto a qualcuno di adorarmi. Ed
ora forza, seguimi dove ti ho detto. Ti farò pentire d'essere nato.
La camera così detta del dolore era umida e tetra, piena di oggetti
terribili, strumenti di tortura così crudeli che mente umana fatica ad
immaginare.
Subito, Barbara costrinse l'uomo a sedersi su uno sgabello. Singolare
particolarità, il pianale di questo era ricoperto da una miriade di
punte acuminate, che penetravano nella carne delle natiche procurandogli
una sofferenza atroce. Per di più, egli era legato con le mani ai lati e
costretto a stare ritto sul busto. La sua verga era enorme.
L'uomo fu costretto a stare li seduto per un'ora, forse di più, comunque
per tutto il tempo che Barbara impiegò a cambiarsi. Quando ella fu di
ritorno, indossava un lungo vestito a righe nere e azzurre, guanti
abbottonati fino al gomito, stivali strettissimi da amazzone. Sotto non
portava biancheria intima, mentre invece uno stretto corsetto ne
imprigionava i fianchi e lasciava libero il petto.
In mano impugnava una lunga frusta come quelle che servono ad
ammaestrare i cavalli.
- Guardami... Ammira come sono bella! - disse sorridendo e brandendo la
frusta.
Poi sollevò un po' il vestito e mostrò insolentemente all'uomo gli
stivali.

- Ma prima di permetterti d'adorarmi, - disse, - voglio vedere come
reagisci al dolore!
Cominciò a flagellarlo. Così senza pietà né collera alcuna ma come se
fosse una comune esperienza. All'inizio, l'orgoglio impediva all'uomo di
muoversi e gemere, ma poi il dolore impediva all'uomo di muoversi e
gemere, ma poi il dolore fu più forte di tutto il resto e con la voce
rotta implorò fatidicamente pietà!
Ciò nondimeno, Barbara si dichiarò soddisfatta e lo liberò dalla sedia
acuminata. Altri, al suo posto, si erano mostrati ben più paurosi.
- Sei ancora disposto ad adorarmi? - Gli domandò con voce ora dolce.
L'uomo le si gettò ai piedi.
- Si mia Regina, mio Idolo, mia Dominatrice!
Allora ella lo lasciò avvicinare. L'uomo si gettò verso gli stivali come
un cane in cerca dell'osso.
- Solo i piedi, mi raccomando. - Lo ammonì Barbara, -E se proprio vuoi,
le caviglie. Ma ti impedisco di salire più in alto!
All'azione del prigioniero, che ne leccava con voluttà le calzature,
Barbara cominciava ad eccitarsi. La sua mano si posò sul pube. Non
voleva però distrarsi, e ricorse ad un espediente. Legò all'uomo un
laccio alla radice del pene. Quindi lo fece passare in un anello per
terra. Quindi ancora, si sedette a gambe larghe davanti a lui e cominciò
a masturbarsi. Non appena lui faceva tanto di avvicinarsi, la donna dava
uno strattone alla corda ed allora il viso dell'uomo si piegava nelle
smorfie più grottesche.

- Ahh...
- Stai indietro... Cane... Uurn... Ahh... é bello toccarsi... si!
- Ahhh!!!!
- Guardami come godo, come sono languida! Guarda il mio sesso che ti é
interdetto! Ti ho frustato! Io, Barbara la Dominatrice! Davvero tu
vorresti mettere il tuo membro nel mio sesso? Guarda, che cosa ne faccio
del tuo membro. Mi basta tirare...
- Ahhh!!!
- Ti piacerebbe, eh? Qui, in queste mucose calde, umide, che tocco,
accarezzo... Illuditi di potermi un giorno far tua! Forse un giorno te
lo permetterò. Ma, per ora, preferisco accarezzarmi da sola!
All'improvviso, lo lascia avvicinare un po'...
- Toccami...
L'uomo avanza... Come tutta risposta, la donna tira la corda...
- Ahhh!!!
E l'uomo ritorna precipitosamente al suo posto.
Andò avanti così per un'eternità. Barbara lo lasciava avvicinare, quasi
a sfiorarla, poi lo costringeva a ritornare a distanza. Una volta, gli
permise di toccarla. Una seconda, d'introdurre il dito in lei.
La terza...
Alla terza volta l'uomo si gettò con le labbra contro il sesso di
Barbara. Una frustata lo colse in pieno viso gettandolo a terra.
- Siete troppo bella... E' atroce... Io, io non ne posso più!
- Hai tentato di violentarmi!
- No! - Implorò il poveraccio.
- Sì, invece! -Pietà!
- Non ci sarà pietà alcuna! Anzi: tu hai tentato di violentarmi. Ora mi
ritiro. E quando sarò di ritorno, saprai la sentenza che ti attende!
Ciò detto, Barbara legò nuovamente l'uomo alla sedia a chiodi.
Ma, prima di andarsene, fu come folgorata.
- Ebbene, mio caro, che non si dica che io lascio gli uomini
insoddisfatti! -
Il dolore era per Karl atroce. Le punte penetravano nei suoi glutei,
recidevano i nervi. A quel punto, era prossimo a svenire. E infine
svenne.
Quando riprese i sensi, Karl era appeso mani e piedi ad una ruota.
Barbara, che si era liberata financo dell'abito ed indossava ora solo il
corsetto, lo osservava con aria divertita.
La sua mano scese sulla verga dell'uomo, la carezzò. In breve questa
rispose al solletico ingrossandosi.
- Ebbene, mio caro: hai visto? Io, la tua Padrona, il tuo Angelo del
Male, faccio a te, schiavo, l'onore di toccarti, non sei commosso? -
L'uomo annui. Sì, il tocco di Barbara, accaldata e rossa in viso, era
dolce ed estenuante.
Un ronzio invase la stanza...
Mediante una leva nascosta, Barbara aveva innescato il meccanismo che
faceva girare la ruota. Ora Karl si trovava con il capo rivolto a terra.
Poi ella pose il piede su uno sgabello, si da poter continuare ad
impugnare il sesso dell'uomo..
Cominciò a fare andare su e giù la mano...
Il dolore era atroce, il piacere sublime. Karl era tutto teso nello
sforzo, i muscoli tirati, il corpo lucido di sudore.
- Ti piace, eh, porco? Ti piace che ti masturbi mentre sei legato alla
ruota?
- Sì.
Le rispose una voce fioca.
- Già, e fra poco verrai. Il suo seme m'insozzerà. Allora sappi una
cosa: che se mi sporcherai il corpo, la sentenza sarà ancora più
terribile. Lo faccio apposta. Dopo, durante la punizione, ce lo avrai
floscio... Floscio... E lo sai che cosa vorrà dire?
Il corpo dell'uomo era scosso da continui fremiti, la vista annebbiata,
la gola strozzata dalla paura, la bocca priva di saliva...
- No, Madame!
Barbara scoppiò a ridere.
Accelerò il ritmo della mano.
Diede all'uomo un colpo di frusta che gli strappò un gemito.
- Non lo sai, eh? Non lo immagini? Significa che allora tu proverai solo
dolore! Capisci, DOLORE! Ed è perciò che ti consiglio di trattenere il...
Accelerò ancora... ancora... ancora... la cappella vibrava mentre veniva
scoperta selvaggiamente...
- Il seme! Trattienilo! Porco!
E fu in quell'esatto momento che uno schizzo biancastro sporcò il corpo
stupendo di Barbara.

SENTENZA
Da eseguire interamente sullo schiavo colpevole di frenesia sessuale e
di mancanza di rispetto.
Primo
Lo schiavo ascolterà la seguente sentenza in ginocchio sino a lettura
completa.
Secondo
Lo schiavo sarà condotto in ginocchio nella sala delle torture onde
subire il supplizio della sospensione, della fustigazione e delle
mollette.
Terzo
A tale effetto, il condannato sarà messo con i fianchi stretti in un
cilicio e appeso mediante sbarra sottoascellare. La sospensione avrà
luogo immediatamente e si avrà cura che i piedi del condannato non
tocchino il suolo che con le punte.
Quarto
La flagellazione sarà applicata con frusta lunga sul corpo intero.
Quinto
Dopo un breve periodo di riposo, la corda verrà ulteriormente tesa.
Quattro pinze saranno applicate ai capezzoli e al ventre del condannato.
Quindi proseguirà la flagellazione.
Sesto
Dopo un secondo periodo di riposo, uno dei piedi verrà sollevato per
mezzo di una corda ed appeso, mediante apposito collare, al collo del
condannato.
Settimo
Vi sarà una nuova flagellazione, con una frusta di fili di ferro ed il
gatto a nove code.
Ottavo
La sospensione sarà completa ed il corpo intero verrà battuto con un
fascio di verghe. Tale fase della tortura proseguirà fino allo
svenimento del condannato.
In ginocchio sulla nuda pietra, l'uomo aveva appena terminato di
ascoltare la sentenza. Era livido di rabbia e di terrore: la crudeltà
della sua Dominatrice aveva raggiunto un limite umanamente invalicabile.
Per l'occasione, Barbara indossava una tunica di latex, aderentissima,
che la fasciava dal viso ai piedi e le lasciava scoperti solo gli occhi
crudeli. Pareva il demonio incarnato in una femmina.
- Allora, - disse con voce rauca, - hai udito ciò che ti aspetta?
- Pietà!
L'uomo s'era gettato ai suoi piedi ed ora le stava passando la lingua
sul latex che ne ricopriva le caviglie. Ma ciò non fece altro che
indispettirla.
- Non é tempo di omaggi, - disse, - ora é il tempo del dolore. Vieni!
Come era scritto nella sentenza, Karl dovette seguirla in ginocchio fino
alla sbarra delle sospensioni. I gesti di Barbara erano precisi,
efficienti... Da parte sua, sapeva che ribellarsi sarebbe stato inutile.
Pertanto si lasciò legare e sollevare.
Poi cominciò l'inferno. Karl urlava, ogni muscolo ed ogni nervo del suo
corpo gli dolevano. Le braccia parevano staccarsi dal tronco, la carne
aprirsi alle mollette, la pelle lacerarsi alle frustate.

- Hai diritto ad un primo periodo di riposo. - Disse Barbara mettendo
via la frusta lunga.
- Pietà, Signora, credo che non resisterò al proseguo di tale tortura.
Impassibile, Barbara lasciò trascorrere in silenzio alcuni istanti. Lo
disprezzava. Ne disprezzava la pietà ch'egli implorava con gli occhi.
Poi regolò l'argano in modo che l'uomo si sollevasse.
- Ahhhh!!!!
Si avvicinò al volto del prigioniero.
- Ora, - disse, - dovrei appenderti un piede al collo.
Se solo l'uomo avesse nuovamente domandato pietà, non c'è dubbio che
l'avrebbe fatto. Ma, questa volta, egli rimase in silenzio, rassegnato.
- Ma non lo farò, - aggiunse lei, paga d'averlo spaventato, - ti faccio
questa concessione. Ringraziami però, verme di un verme!
- Grazie, Signora. Ne posso dedurre che il supplizio é finito?
- Ah, ah... Ti ho evitato una parte della pena, non la pena intera!
Riprese a frustarlo. Alternò la frusta di fili di ferro al gatto a nove
code. Il corpo di Karl era tutto una ferita.
- Muoio! - Implorò lui.
- Oh, non morrai per così poco!
Pareva che ogni gemito dell'uomo incitasse la donna ad essere più
crudele. Questa volta, regolò le mollette in modo che penetrassero di
più nella carne. Poi, con già in mano il fascio di verghe per lo scempio
finale, attese forse per lasciare a queste il tempo di agire.
- Vi supplico, facciamola finita in fretta. Uccidetemi, se é il caso!
Ma Barbara non aveva alcuna intenzione di ucciderlo. Riprese invece a
flagellarlo.
Le verghe! Spinose! Crudeli! Lacerano la pelle sino a scoprirne i nervi...
- SWIFT SWIFT SWIFT!
Barbara ansimava. La camera di tortura era pregna del suo odore misto a
quello del cuoio, del latex. Karl ormai non aveva più neppure la forza
di lamentarsi.
Infine, ad un ultimo colpo, l'uomo si abbandonò in un baratro di vuoto.
Era svenuto.
E la sentenza eseguita.
Quando rinvenne, il povero Karl era stato slegato e giaceva, nudo e
dolorante a terra. Per un po' non comprese, non ricordava: chi era quel
fantasma tutto nero che lo sovrastava e calpestava con il tacco di una
scarpa di vernice?
Poi, alla fine, ricordò la ruota, e la frusta', e la sospensione e le
mollette e tutto il resto. Ricordò l'ultima, atroce fitta di dolore.
- Oh, Madame! - Gemette.
- Dimmi che la punizione é stata di tuo gradimento. Avanti. Dillo!
Il tono era imperioso, ma l'uomo taceva. Come poteva fare a cuor leggero
una simile ammissione? Laddove era stato colpito con la frusta, la sua
pelle cantava il doloroso inno della scarnificazione.
- Madame ... io... -
- Vorrà dire che ricominceremo da capo!
Il tono di Barbara non ammetteva repliche.
- No... Vi prego...
- Allora?
- La punizione è... è stata... di... di...
- Balbetti, forse?
- Di mio gradimento!
Finalmente! Barbara spinse in avanti il piede sottile, fin quasi ad
infilarlo fra le labbra dell'uomo.
Poi scese verso il torace. Ancora (e forse apposta ella non le aveva
tolte) spiccavano le due mollette ai capezzoli. Barbara spinse il tacco
contro la carne martirizzata, ormai nerastra.

- Ahhh!!!!
L'urlo fu disumano.
- Lecca, - incitò la femmina, - lecca fino a quando avrai una goccia di
saliva, lecca fino a quando avrai un soffio di fiato, lecca fino a
quando io, la tua Signora e Padrona, non me ne riterrò più che
soddisfatta. Ed anche allora, lecca e continua a leccarlo!
Nonostante il suo smisurato orgoglio, l'uomo faticava per non scoppiare
in un disperato singhiozzo. Estrasse la lingua dolente e cominciò a
passarla sulla vernice delle scarpe. Barbara, alzava e riabbassava il
petto in una frenetica danza sessuale.
- Lecca, lurido schiavetto, maiale, porco, debosciato, infame!
Imperioso, in lei nasceva continuamente il bisogno di insultare l'uomo.
- La tortura che hai provato prima non é nulla. Nulla, vedrai fra poco
che significa davvero soffrire!
- Uummmm... perché?
- Perché? Che domanda stupida! Vi sono almeno mille risposte. Perché sei
un verme! Ad esempio, e perché io sono la tua dominatrice!
L'uomo intanto seguitava, ormai allo stremo delle forze, la sua opera
disperata.
- E poi perché ti piace... Confessalo! Ti piace leccare le scarpe... La
suola... anche se é sporca... Leccala, su, é un ordine!
L'uomo ebbe un attimo di esitazione. Finché si trattava di leccare la
lucida vernice... ma la suola! Chissà che cosa poteva aver calpestato!
Barbara amava circondarsi di cani... e se avesse calpestato le feci di
questi ultimi... Un brivido di disgusto s'accompagnò immediatamente a
quell'immondo pensiero.
Esitò!
Un calcio lo colse in pieno sotto il mento. Sentì i denti quasi
spezzarsi.
- E' così... eh... - Barbara era infuriatissima, - trasgredisci i miei
ordini... Ma, allora, non hai capito! Non hai capito ancora nulla!
Nuovamente il piede scese verso la carne presa fra le mollette ed il
tacco s'insinuò fra i due morsetti. Una leggera pressione, e l'uomo
cominciò a contorcersi in preda al più furioso delirio. Gli pareva quasi
di impazzire. Fitte indicibili di dolore gli si trasmettevano in ogni
nervo.
- Ahhh!!!
Senza smettere di tormentarlo, Barbara addolcì immediatamente il tono di
voce. - Poveretto, come devi soffrire. Eppure ti basterebbe leccare la
suola...
Rigirò il tacco strappando al prigioniero un nuovo grido che si spense
fra le mura umide della sala adibita ad ogni genere di tormento.
- Ma si vede che tu preferisci soffrire. Che vuoi che ti dica: soffri
allora!
Al nuovo dolore Karl parve scuotersi. La sua voce era un guaito disumano.
- Pietà, basta. Barbara...
- Porco, osi dunque chiamarmi per nome!
- Ahh... pardon, Signora; se lo desidera leccherò anche la suola.
Con un sorriso Barbara spinse per l'ennesima volta il piede verso le
labbra del giovane.
Egli ne provò sollievo.
Sì, avrebbe leccato. Quello e tutto ciò ch'ella avrebbe voluto. Per lui,
il piede vicino alle labbra, aveva lo stesso dolce significato di una
ciotola d'acqua fresca sulle labbra di un assetato. Non lo avrebbe,
almeno finché leccava la suola, più tormentato!
Ciò gli bastava.
La suola era ruvida, maleodorante. Ciò che Karl non sapeva, era che
apposta Barbara, prima di scendere nel sotterraneo, l'aveva passata su
una strada melmosa. Grumi di fango ora le imperlavano dal tacco alla
punta. Grumi di fango che gli rimanevano fra i denti.
- E' molto sporca, sai, - gli disse la donna, - e dovrai pulirla tutta.
Dopo, verrà il turno dell'altra scarpa. E' piacevole avere uno schiavo
adibito a questa funzione. Costa meno di un lustrascarpe...
Portò la mano sulla cerniera che le chiudeva la tuta in latex proprio
all'altezza del sesso, quasi a sottolinearne la fessura. Era palese che
l'azione dell'uomo doveva eccitarla moltissimo.
- E poi si risparmia il lucido. Una mia amica mi ha detto che la saliva
umana é molto adatta per la vernice. Io stentavo a crederci, ma ora
invece mi rendo conto che aveva ragione. E non fermarti!
No, non si sarebbe fermato! Ormai Karl aveva perso ogni dignità. Leccava
in un baratro di idee, nel vuoto assoluto, nell'averno dei masochisti.
Leccava, leccava e leccava.
E lei, Barbara....
RIDEVA!!!!!!

Dopo l'esecuzione della sentenza da parte della crudelissima Barbara -
forse la donna più perversa fra quelle che avevano libero accesso alla
Maison des Amazones, a Karl venne prospettata la possibilità di restare
"ospite" nella casa stessa, e ciò per un periodo di tempo indeterminato.
Vediamo, dunque, come si sviluppò il colloquio tra il ragazzo e la
terribile Madame Gutlieb.
La tedesca, al solito, sedeva dietro la pesante scrivania in quercia del
suo studio. Karl, in ginocchio, era stato costretto ad ascoltare le
parole della Frau aggiogato ad un collare e ad un guinzaglio retto da
una cameriera. Ogni tanto, Frau Doctor Gutlieb batteva un colpo di stic,
sulla scrivania, quasi a voler con ciò sottolineare la già naturale
durezza del suo tono di voce.
- Madame Barbara, - stava dicendo, - sarebbe lieta di poterti annoverare
fra i suoi schiavi ancora per molto tempo. Badate: é un grande onore che
vi fa. Capirete, però, che ciò esige da parte vostra una disponibilità
totale. Mi capite?
Batté un colpo di stick...
- E quando dico totale, - sottolineò, - intendo totale. Senza cioè
alcuna condizione da parte vostra che non sia di completa sottomissione!
L'uomo fece cenno che aveva capito.
- In cambio, - continuò Frau Doctor Gutlieb, - Madame Barbara non vi
lascia che una vaga promessa: forse, ella un giorno vi possederà...
- Oh!
- Ma non illudetevi! Ciò potrebbe benissimo non avvenire! Anzi...
La donna si alzò e cominciò a passeggiare su e giù per la stanza.
- Secondo me, non avverrà!
L'uomo chinò il capo abbattuto. Eppure, se c'era una possibilità su un
milione, sarebbe stato pronto a sacrificare tutto se stesso su tale
possibilità. Le ginocchia gli dolevano e fece per alzarsi. Frau Doctor,
immediatamente, lo colpì sulle spalle.
- SFWIFT.
- Agh! -
- State in ginocchio. Dicevo: alloggerete qui, in una cella. I vostri
beni ed i vostri abiti saranno confiscati. Dormirete su un tavolaccio
come i carcerati. E se sarete nutrito, sarà solo perché a Madame Barbara
piace che i suoi schiavi siano fisicamente in salute!
- E se non accettassi... - Obiettò l'uomo in un sussulto ultimo di
orgoglio.
- Oh, accetterete... ne sono certa! Nessuno vi obbliga a stare qui, per
ora. Ma dopo la vostra risposta affermativa, anche se cambierete idea,
non potrete più andarvene! Sono stata chiara?
- Sì, Frau Doctor!
- Non avete tempo. Decidete subito: o si o no! Barbara avrà...
Fece una pausa maliziosa.
- Cioè, avrebbe bisogno dì voi già fin da stanotte. Allora? Cosa
rispondete?
Karl non aveva scelta! L'idea di poter essere di nuovo messo a confronto
con Barbara, di poterla vedere, annusare, forse toccare... E infine di
poterla... sì, FORSE POSSEDERE, aveva già deciso per lui.
- Accetto, Frau Doctor.
- Ne ero certa!
Subito il sorriso si spense sul volto della donna. Senza più degnare di
uno sguardo il prigioniero, si rivolse alla cameriera ed ordinò che lo
portasse via.
Nei sotterranei, insieme con gli altri infelici che avevano fatto, come
lui, la scelta definitiva.
Karl scoprì ben presto che Frau Gutlieb gli aveva mentito. Infatti, né
quella sera né le seguenti, Barbara lo degnò di una visita. Come gli era
stato annunciato, la sua cella era scomoda e disadorna: appena un
tavolaccio al centro, il bugliolo, e frasi infelici ai muri. Una dì
queste, scritta probabilmente dallo sventurato che lo aveva preceduto,
diceva pressappoco così: "L'uomo che s'innamori di Barbara diventerà
schiavo del suo stesso amore!"
Com'era vero! Non passava notte ch'egli non la sognasse.
La rivedeva maestosa mentre lo torturava! Quasi, nel sogno gli pareva di
sentire il morso delle mollette, o le ossa cedere alla corda, o la carne
lacerarsi al fascio di verghe! Lei, Barbara, demone nero! Se almeno
avesse avuto sue notizie. Se almeno si fosse degnata di fargli dire
qualcosa dalla cameriera che gli portava il cibo...
Invece, niente.
Trascorrevano monotone le giornate al ritmo della sua carceriera. Questa,
era una ragazza abbastanza simpatica. Lo favoriva, ad esempio, portando
via il bugliolo quando era pieno (cosa era vietata dal regolamento) ed
evitando di svegliarlo, di notte, per il controllo di rito (consisteva
nell'esaminare accuratamente il corpo del prigioniero, praticamente
bocca ed ano, per vedere che non celasse oggetti come lime o simili,
comunque atti a facilitare un improbabile tentativo di fuga). Per il
resto, però, l'isolamento dava a Karl l'impressione di impazzire.
Nessuno con cui parlare!
Nessuno da guardare negli occhi!
Nessuno da amare!
E sempre, sempre, sempre, il ricordo di Barbara che lo tormentava ...
Sarebbe bastata, egli lo sapeva, una sua sola frase per renderlo
libero...
Una parola…
Ma lei non c'era! Non compariva! Era perennemente assente.
Quante volte, in quel tempo eterno, a Karl venne da dubitare se mai
Barbara lo avesse dimenticato! Ecco, forse non sapeva nemmeno più
ch'egli esistesse! Forse, non frequentava neppure più la Maison! Forse,
Frau Doctor Gutlieb lo teneva prigioniero perché non avrebbe saputo
giustificare al mondo un suo ritorno! Quante idee vengono in carcere. E
se poi Karl pensava che lui era innocente! Che non aveva commesso
crimine alcuno, né subito un processo... Se pensava che la sua prigionia
l'aveva volontariamente sottoscritta... Allora... Sì, allora Karl
impazziva davvero!
Intanto, fuori, era già passata una primavera.
Poi l'estate.
Poi, l'autunno.
Tante croci sui muri, una per pasto, testimoniavano che un nuovo inverno
stava avvicinandosi.
Fu appunto in inverno che Karl ebbe notizie di Barbara.
Una volta alla settimana, ai prigionieri veniva concesso di fare una
doccia.
Karl sapeva che nel sotterraneo c'erano altre celle con altri schiavi.
Con ciò, Frau Doctor Gutlieb aveva dato la disposizione che tra una
cella occupata e l'altra dovesse restarne una vuota. Il motivo era
palese: evitare, cioè, che i prigionieri potessero comunicare fra di
loro tramite il classico metodo, ben noto nelle galere di tutto il
mondo, di battere ritmicamente sul muro. Perciò, la solitudine era
totale. Karl sapeva degli altri prigionieri solo perché aveva veduto due
o tre volte degli avanzi sul vassoio dei pasti che gli portava la
carceriera. MA chi questi fossero, e chi la loro proprietaria, lo
ignorava.
Quel giorno, lui calcolava all'incirca a metà mattinata, la secondina
apri la pesante porta della cella. Karl balzò istintivamente in piedi.
- Forza, esci e vieni a fare la doccia! - Gli disse la donna liberandone
la caviglia da una catena a cui era avvinto giorno e notte.
- Avete notizie di Barbara? -
La domanda di Karl era sempre la stessa. E, sempre la stessa la risposta.
- Il regolamento m'impedisce di parlare con i secondini. Ma anche
potesse, non ne avrei.
Karl s'avviò deluso per il corridoio. Ma, fatti pochi passi, lui e la
sua accompagnatrice s'imbatterono in uno strano corteo.
Un uomo nudo, macilento, con il corpo segnato dalle frustate camminava
sorretto per le ascelle da una carceriera e da Frau in persona.
La seconda spalancò una cella.
- Dentro, porco!
Gettandosi sul pagliericcio, egli pronunciò tre parole.
Tre sole parole, ma che avevano il potere di ridare a Karl la speranza.
- Barbara, tu sii maledetta! - Disse l'uomo!
Dunque, forse, era viva! Forse il prigioniero era reduce da una seduta!
Forse, un giorno sarebbe toccato anche a lui. E per tutto quell'inverno,
Karl non fece altro che pensare all'incontro del corridoio ed a ciò che
poteva significare. Un nome: Barbara.
E venne di nuovo la primavera. Più di un anno era passato senza che
Barbara si fosse fatta viva. Karl languiva. Ormai, ne era certo, i suoi
lo avevano dato per morto. Qualcuno avrebbe firmato la dichiarazione di
morte presunta. Ormai non esisteva più se non per Barbara.
Poi un giorno, accadde l'incredibile, ciò in cui egli non aveva più il
coraggio di sperare. Con il pasto, la carceriera gli consegnò una
lettera.
- Lo schiavo Karl si consideri a disposizione di Madame Barbara per
questa sera stessa!
Non una parola di più, ma a Karl non importava. L'importante, era che
finalmente l'avrebbe vista, le avrebbe parlato, che insomma non l'aveva
sepolto vivo. Dire che l'uomo non stava più in sé dalla gioia é dire
poco.
Quel pomeriggio, Karl fu condotto a fare una doccia e, per la prima
volta in tutti quegli anni, gli fu concesso di rasarsi. Infine, lo
condussero in un salottino appartato dove poté consumare un vero pasto.
Anche se nudo, all'uomo parve di essere rientrato al mondo. Era giunto
alla frutta quando s'aprì una porta e comparve Frau Doctor Gutlieb.
L'uomo scattò in piedi, meccanicamente.
- Oh, state comodo. Seguitate pure a mangiare. - Disse la donna, -
vedete? La vostra pazienza, il vostro dolore, tutto sta per esservi
ricompensato. Barbara é qui, vi aspetta!
- Oh... Madame... non so...
- Non ringraziate me, per carità! D'altronde, é l'ultima volta che la
vedrete. Ma ora affrettatevi a finire, vi sta già aspettando!
Immediatamente, Karl smise di cenare e si precipitò dietro a Frau
Doctor. Barbara lo stava aspettando nella sala delle torture, bella come
sempre! Indossava calze nere, stivali, ed un corsetto terminante a
gonnellina. Un reggiseno le celava il petto. In mano, il suo
caratteristico frustino. Pareva che dall'ultima volta che l'aveva vista
non fossero trascorsi che pochi minuti.
- Oh, Karl! - Si limitò a dire freddamente la donna, senza scomporsi
minimamente.
- Barbara! - Ben diverso era il tono di voce dell'uomo. Il cuore gli
pulsava dovunque.
- Sì. Ma ricordati che per te sono la Padrona, e basta.
- Certamente!
Allora lei gli indicò un nuovo strumento di tortura. Consisteva in un
tavolaccio con un cuscino per la testa, una specie di manubrio
all'altezza del collo e delle staffe ai lati. Quattro cinghie, una su
ogni sostegno, permettevano eventualmente di legarci mani e piedi una
persona.
- Ti piace il mio nuovo giocattolo? - Domandò Barbara indicando il
tavolo con la frusta.
Confuso, l'uomo non sapeva che rispondere.
- Frau Gutlieb, - proseguì Barbara, - volete essere così cortese da
legare lo schiavo lì sopra?
- Certamente, Madame!
Esterrefatto, Karl si lasciò legare. Dopo notti e notti insonni, forse
il suo sogno si sarebbe avverato. Il dolore, qualsiasi dolore, non gli
faceva più paura.

- Ed ora, Frau, per cortesia, lasciateci soli!
Con delicatezza, Barbara si sfilò un guanto. Poi, afferrò con due dita
la verga di Karl e ce lo infilò sopra. Ora, l'uomo era ridicolmente
nudo, con solo quel cappuccio a sottolinearne l'eccitazione.
La donna scoppiò in una fragorosa risata.
- Ah ah ah, mon cher! Come siete ridicolo! Davvero non ho mai veduto
nulla di più buffo!
Karl arrossì. Era il colmo: dopo mesi e mesi di carcerazione ora ella si
prendeva gioco di lui.
- Vi prego, Madame, non fatemi più soffrire! Sono stanco! Troppo stanco!
Il tono di Barbara tornò severo.
- Ah sì eh... tu sei stanco! Idiota! Lo sai perché sono venuta? No?
Allora te lo dico subito: per dirti addio. E per sempre!
- No!
- Sì invece! Quando uscirò da quella porta, noi non ci rivedremo più.
Marcirai qui, in galera, tanto ormai, per tutti sei morto!
- No! Non vi credo!
Barbara seguitò a parlare come se non l'avesse udito.
- Ma prima di andarmene, - disse, - ti voglio fare un regalo. Manterrò
la mia promessa. Ti prenderò. Io sarò tua e tu sarai mio. Così, per il
tempo che ti resta da vivere, avrai sempre cucito addosso il mio odore!
- Barbara!
Detto ciò, Barbara salì con uno stivale in una staffa. Cavalcò l'uomo.
Aveva il sesso proprio sopra quello di lui. A Karl pareva d'impazzire.
- Bar... - Mormorò.
- Taci! Taci. Non voglio più sentire la tua voce!
Dopo di che, tolse il guanto e lo ficcò a forza in bocca all'uomo. Era
ancora sporco dei suoi stessi umori!
- Alé... Trotta, cavallino!

Come una bimba felice al suo compleanno, Barbara si lasciò andare. La
verga dell'uomo la penetrò completamente.
ZAC!
- OP... OP... Op...
Saltellava felice su di lui. Ogni tanto, lo colpiva con la frusta. A
poco a poco, Karl cominciava a godere!
Invano! Però!
In meno di un minuto, Barbara accelerò il ritmo.
- Ah, ah, ah, vengo... Vengo!
E lo lasciò, un attimo prima che anche egli avesse l'orgasmo,
insoddisfatto.
EPILOGO
ovvero
L'ultima volta con Barbara
Perché lo avessero messo in quella gabbia, Karl lo ignorava. A che scopo?
Dopo averlo violentato senza appagarlo, Barbara lo aveva lasciato con la
promessa di mai più rivederlo. Quindi, a che scopo ancora trattenerlo
nell'orrenda camera delle torture, alla quale peraltro erano legati
tutti i suoi ricordi con Barbara?
Aveva le mani legate dietro la schiena. Un altro nodo gli era stato
fatto in modo che avesse i coglioni avvinti all'inferriata. Cosicché, si
veniva a trovare nella dolorosissima posizione dell'inarcamento.
Prima ancora era stato frustato. Ne ignorava la ragione. In fondo, non
s'era reso colpevole di nulla. Perché dunque Frau Doctor Gutlieb aveva
ordinato alla sua giovane secondina di legarlo al palo e di frustarlo a
sangue?
Tutte domande senza risposte! Alla Maison des Amazones, si soffre e
basta. Chiedersi il perché della sofferenza é pura follia!
Karl stava meditando su tutte queste cose, quando all'improvviso si
delineò un'ombra di donna in fondo alla sala. Bellissima!
No! Non era possibile!
Non poteva essere lei!
Non era possibile perché Barbara, si sa, non promette mai invano!
Invece Barbara avanzò, come sempre stupenda. Indossava un severo
tailleur con collo di volpe, stivali al ginocchio, guanti di cuoio ed un
cappellino. Contrastava in tutto con l'oscena nudità dell'uomo.
- Buongiorno, Karl. - Disse.
Egli non sapeva che rispondere.
- Beh, non ti fa forse piacere rivedermi? Se mi ami, dovresti esser
contento!
- Oh, sì, Madame!
Solo allora, Karl si accorse che la donna aveva in mano un oggetto.
Controluce com'era, non riusciva a distinguerne che sommariamente i
contorni.
- Eh sì, - stava intanto dicendo lei, - avevo giurato che non ci saremmo
più rivisti. Ma, come vedi, ho dovuto fare un'eccezione...
- Volete di nuovo cavalcarmi? - Azzardò speranzoso il povero schiavo.
La donna scoppiò a ridere.
- Oh no... no! Come hai potuto anche solo pensarlo? Io sono un'ape che
non si posa mai due volte sullo stesso fiore. Appunto per questo sono
qui: perché in futuro non debba correre il rischio di confondermi!
Premette un pulsante sull'oggetto e si sprigionò una scintilla ...
Ecco, che cosa era: una saldatrice elettrica! A Karl vennero i sudori
freddi.
Aveva capito!
- No!- Urlò con tutto il fiato che aveva in gola.
- Sì, invece! Ti marchierò. Con le mie iniziali: una bella B sovrastata
da una corona...
- Così, tutti sapranno che sei stato mio!

Dolciastro, nella stanza si diffuse l'odore di carne bruciata. E l'urlo
di Karl risuonò in tutta la Maison.
Poi Barbara gli voltò le spalle e se ne andò. Questa volta davvero per
sempre.